L’assistenza infermieristica personalizzata deve essere un impegno della professione e di chi la governa all’interno delle aziende sanitarie, un impegno che deve tradursi nel mettere in atto modelli organizzativi che permettano all’infermiere di elaborare processi assistenziali che tengano conto dei bisogni individuali di ogni singolo utente.

Il ruolo dell’infermiere, professionista sanitario a cui spetta prendersi cura della persona malata, nella sua interezza (differentemente dal medico che guarda sempre più alla specializzazione della cura dell’organo), nel raggiungimento di tale obiettivo, deve essere tale da creare una relazione con il paziente capace da un lato di evidenziare la diversità dei ruoli (quello di chi assiste e quello di chi deve essere assistito), e dall’altro adoperarsi affinché il malato, superando le proprie ansie e i propri problemi, possa sviluppare e migliorare un rapporto di interrelazione. Questo rapporto deve nascere dalla consapevolezza che il paziente ha il diritto di essere curato nella sua globalità, riducendo o eliminando i disagi fisici, psichici e ambientali; alla realizzazione di tale obiettivo devono concorrere, ogni uno per la propria parte, tutte le professionalità sanitarie che concorrono alla salute del paziente.

Parlare di assistenza personalizzata significa passare da un modello organizzativo basato, essenzialmente, su interventi di tipo tecnico, che considera l’impegno verso il malato in gran parte limitato all’esecuzione di una serie di attività (terapia, rilevazione parametri, giro letti, ecc) la cui progettazione è fatta da altri (medici), ad un modello di assistenza professionale-avanzata, rivolta alla persona, che mantenga il controllo delle attività erogate attraverso l’autonomia e la discrezionalità.

L’informazione verso l’utente non deve essere solamente un dovere dell’infermiere ma un diritto del malato, come ci ricorda “La carta europea dei diritti del malato”, elaborata a Nizza, che presto sarà inserita nella nuova Costituzione Europea con l’obiettivo di aumentare il livello di protezione dei diritti dei malati e dei cittadini all’interno dei diversi contesti nazionali. In particolare l’art. 3 (Diritto all’informazione) recita che “Ogni individuo ha il diritto di accedere a tutti i tipi di informazione che riguardano il suo stato di salute e i servizi sanitari e come utilizzarli, nonché a tutti quelli che la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica rendono disponibile”. Questo articolo evidenzia come i servizi sanitari e i professionisti che vi operano debbano garantire una informazione il più possibile a misura del paziente, che tenga conto non solo del grado culturale di chi si affida alle nostre cure, ma anche della specificità religiosa, etnica e linguistica.

I servizi sanitari devono poter garantire al paziente l’accesso a tutte le informazioni, rimuovendo ogni ostacolo burocratico;
devono effettuare corsi di formazione rivolti al personale sanitario che eroga assistenza;
devono provvedere a stampare opuscoli informativi che vanno distribuiti agli utenti, capillarmente, e non tenuti sulle scrivanie;
l’informazione al paziente ricoverato non deve essere fatta solo all’ingresso, ma deve continuare lungo tutto il tempo dell’ospedalizzazione e deve essere sempre accurata, quindi aggiornata a secondo dell’evoluzione della malattia.

Il diritto all’informazione affianca il diritto al consenso (art. 4 “La carta europea dei diritti del malato”), infatti non è possibile pensare che il cittadino malato possa esprimere il proprio consenso alle cure se prima non viene messo in condizione di conoscere tutto ciò che riguarda la propria malattia. La conoscenza delle informazione diventa “un prerequisito per ogni procedura e trattamento, ivi compresa la partecipazione alla ricerca scientifica”.
Se in futuro, che ci auguriamo non troppo lontano, saremo in grado di muoverci verso questa direzione potremo sperare di fornire, con un livello di qualità sempre più alto, quell’assistenza personalizzata che i cittadini chiedono e che il vivere presente ci impone.

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